Lo spesometro è uno strumento nato per combattere l’evasione fiscale, che permette all’Amministrazione Finanziaria di verificare e fare prevenzione riguardo tutte le eventuali azioni fraudolente derivanti da operazioni di vendita tra più soggetti, che hanno il fine di eludere il pagamento dell’Iva, come le false fatturazioni e tutte quelle operazioni di vendita tra più soggetti che simulano cessioni di beni e servizi, comprese le esportazioni intracomunitarie, finalizzate all’elusione del pagamento dell’imposta sul valore aggiunto, così che tali operazioni non vadano a comparire e "pesare" sul reddito dell’impresa (e, quindi, ai fini fiscali) dei soggetti coinvolti. Consente, di conseguenza, all’Erario, di monitorare le spese dei cittadini e attivare gli accertamenti fiscali sui potenziali evasori. In poche parole, nel caso in cui gli acquisti di un individuo fossero sproporzionati al reddito dichiarato, scatterebbero i controlli.

Tale adempimento, introdotto con l’articolo 21 del D.L. n.78/2010 e modificato dall’art. 2, comma 6, del D.L. 2 marzo 2012, n. 16, prevede l’obbligo di comunicazione, all’Agenzia delle Entrate, di tutte le operazioni rilevanti ai fini d’Iva effettuate nell’anno d’imposta 2014; quindi, doveva essere eseguito entro il 10 aprile o 20 aprile 2015, a seconda che si trattasse o meno di contribuenti con liquidazione Iva mensile o trimestrale (come vedremo meglio in seguito). Esso è chiamato anche “Comunicazione polivalente” ed altri non e’ se non il caro, vecchio elenco Clienti e Fornitori che tutti ricordiamo con nostalgia.

I contribuenti obbligati alla presentazione telematica, sono tutti i Fornitori e Clienti che hanno compiuto, nel corso del 2014, operazioni ai fini dell’Iva pari a o superiori a 3.600 euro, in quanto soggetti passivi Iva che effettuano cessioni di beni e prestazioni di servizi sul territorio italiano.

Del resto, considerando anche l’introduzione del modello 730 precompilato (argomento trattato in altro articolo della rubrica tributaria, n.d.r.), con il quale la dichiarazione dei redditi si scarica dal sito dell’Agenzia delle Entrate con pin e password (ma non contiene i dati sanitari), d’ora in avanti, per dipendenti e pensionati, non ci dovrebbe essere più possibilità di evadere il fisco.

Ma torniamo all’argomento trattato. Come si realizza, quindi, un efficace sistema di prevenzione che non si basi solo sulla “caccia” agli scontrini fuori da negozi e bar?

L’Amministrazione finanziaria, pensa di aver individuato una risposta nell’utile incrocio tra le banche dati. E così, già dallo scorso anno, con la comunicazione delle operazioni Iva, lo Spesometro (o “modello di comunicazione polivalente”: così si definisce, nel linguaggio burocratico, la trasmissione dei dati all’Anagrafe tributaria), è diventato il principale strumento per stanare gli evasori, tracciando il profilo del reddito reale dal momento in cui si conoscono tutti gli acquisti effettuati nell’anno precedente, per un importo pari o superiore a 3.600 euro.

Per esempio, se si acquistassero gioielli, automobili, accessori di lusso, mobili o viaggi oltre confine, ma, nel contempo, il reddito dichiarato non lo consentisse, il fisco ne potrebbe chiedere conto. In data 10 aprile, si è compiuto il primo rito della nuova “liturgia fiscale”, che ha spostato dai redditi al tenore di vita dei contribuenti il terreno di ricerca degli evasori. Come detto, non è il primo anno che accade: l’obbligo di inviare i dati per gli acquisti superiori ai 3.600 euro è scattato, nel 2014, per le spese effettuate nel 2013. Di nuovo, semmai, c’è che l’attuale Spesometro, messo a punto dall’Amministrazione fiscale, è ampiamente rodato e funzionerà, presumibilmente, in maniera efficace e puntuale. 

Il meccanismo è semplice: anziché cercare gli evasori lavorando sui redditi, l’Agenzia delle Entrate lavora sulle spese. Per lo meno, quelle che individuano un tenore di vita potenzialmente elevato. Per questo, vengono censiti gli acquisti superiori ai 3mila euro più Iva. Auto, moto, vestiti e calzature, vacanze, ma anche mobili e arredi, gioielli, iscrizioni a circoli sportivi e palestre: nel momento in cui il contribuente acquista uno di questi prodotti o servizi, il venditore è obbligato a registrarne l’identità e memorizzare l’operazione. L’elenco di queste transazioni viene trasmesso annualmente all’Anagrafe tributaria.

Il 10 aprile sono stati tenuti ad effettuare la comunicazione gli operatori economici che liquidano l’Iva mensilmente. Il 20, è stata la volta di quanti effettuano la liquidazione trimestrale dell’imposta. 
Di per sé, un acquisto che superi la soglia oltre la quale scatta la segnalazione obbligatoria, non rappresenta un rischio per il contribuente. Lo diventa, però, nel momento in cui il suo tenore di vita non è sostenibile con i redditi dichiarati. E proprio dall’incrocio fra le spese sostenute e i guadagni dichiarati, l’Agenzia delle entrate parte per effettuare i controlli. A quel punto, è bene farsi trovare pronti per giustificare le spese eccedenti il proprio reddito.

Prestiti o regali da amici o parenti, eredità, perfino vincite a lotterie: la regola è di tenere traccia di quanto si è incassato per “finanziare” ogni spesa che ecceda i 3.600 euro. Ad esempio, il bonifico ricevuto dalla nonna o dal papà per coprire l’anticipo dell’auto, o il prestito ottenuto da un conoscente per acquistare l’arredamento della nuova casa, comportano che i giustificativi delle somme ricevute devono essere custoditi accuratamente e pronti per essere presentati al Fisco. 

Inoltre, è bene evitare, assolutamente, le elargizioni in contanti: qualsiasi somma si riceva, a titolo di prestito o di regalìa, è bene farla transitare dal conto corrente, chiedendo, a chi la versa, di indicare in chiaro, nel bonifico, pure la causale. Dati ufficiali non ce ne sono, però, secondo le indiscrezioni non confermate, ma neppure smentite, almeno un accertamento su tre, fra quelli che si sono conclusi con un recupero d’evasione, è scattato proprio dalla “spia rossa” accesa dallo spesometro. In tutto, lo scorso anno, le operazioni segnalate sono state circa 400mila. 

L’obbligo della comunicazione vale per tutti, tranne che per la Pubblica Amministrazione. Sono tenuti ad inviare al Fisco, la comunicazione polivalente, repetita iuvant, tutti i soggetti che abbiano venduto beni o servizi per importi superiori ai 3.600 euro. Quindi imprese, professionisti, commercianti e artigiani, a prescindere dalla classe dimensionale dell’attività svolta e dai ricavi annui. Non è necessario che la prestazione sia stata fatturata: rientrano nel campo di applicazione del nuovo strumento, anche le vendite regolate con l’emissione di un semplice scontrino fiscale, come nel caso dei negozi. 

Entro il 30 aprile, gli operatori finanziari, vale a dire le società finanziarie che erogano credito al consumo, dovevano poi segnalare gli acquisti pagati con bancomat o carta di credito, sempre d’importo superiore ai 3.600 euro. Un’ulteriore livello di accertamento, cioè, i cui dati potranno essere incrociati con quelli trasmessi da negozianti, artigiani, autosaloni e via dicendo. Oltre ai dati su “chi” ha comperato “cosa”, il Fisco può partire anche dalla transazione finanziaria con cui è stato regolato l’acquisto. 
C’è poi una ulteriore fonte di dati alla quale l’Amministrazione finanziaria, in sede di verifica, può far ricorso per incrociare i redditi dichiarati dai contribuenti con le spese sostenute.

Si tratta dell’autodenuncia relativa al bonus mobili, prorogato, dall’ultima Finanziaria, a tutto il 2015. Vi rientrano tutti gli acquisti di arredi ed elettrodomestici, con la possibilità di detrarli dall’Irpef fino al 50%, con un tetto massimo di spesa pari a 10mila euro. Oltre alle transazioni effettuate dai privati cittadini, rientrano nello spesometro pure quelle che avvengono fra titolari di partita Iva, tra imprese e imprese, come quelle che coinvolgono aziende da un lato e professionisti dall’altro. In breve, le cosiddette operazioni business to business. Nel momento in cui dovesse scattare l’accertamento, che solitamente, inizia con una “comunicazione bonaria” (o “avviso bonario”), inviata dall’Agenzia delle Entrate, il contribuente è tenuto a dimostrare le eventuali fonti di reddito aggiuntivo, rispetto a quello dichiarato, che gli hanno permesso di effettuare un acquisto altrimenti non sostenibile. 

Alla luce di quanto sopra esposto, vi è da dire che, secondo le intenzioni dell’Agenzia delle Entrate, lo Spesometro 2015, con le sue novità, non rappresenterebbe soltanto uno strumento di accertamento, caratterizzato dall’intenzione dell’Amministrazione finanziaria di concentrare la lotta all’evasione e alle frodi fiscali, soprattutto, sui cosiddetti “pesci grossi”, vale a dire i contribuenti Iva, ma dovrebbe anche fungere da dissuasore, in quanto, il sapere di essere più facilmente individuabili dal Fisco dovrebbe, è questo l’auspicio dei suoi ideatori, spingere il contribuente ad avere un comportamento fiscale più corretto.

Secondo un’altra scuola di pensiero (meno “positiva”), invece, la rilevazione sistematica delle operazioni verso i consumatori finali con importi pari o superiori ad € 3.600,00, comporta il rischio di effetti negativi sui consumi o, ancora peggio, l’incremento della propensione all’effettuazione di acquisti di beni o servizi “in nero”. Questo perché l’aver abbassato il limite minimo dello spesometro a 3.600,00 Euro (rispetto alle prime versioni, che prevedevano soglie decisamente più alte), fa rientrare, nelle liste trasmesse all’Amministrazione finanziaria, moltissimi acquisti, non solo automobili e beni particolarmente costosi, ma diverse altre spese come viaggi, mobili, iscrizioni annuali a palestre, capi di vestiario particolari, gioielli, ecc. In poche parole, le spese più importanti degli Italiani, effettuate nell’anno d’imposta 2014, restano imbrigliate nella rete del “grande fratello fiscale”.

Lo scopo della realizzazione dei succitati obiettivi, tuttavia, per quanto lodevole, non ha mancato di evidenziare talune criticità. L’evasione fiscale, infatti, è sicuramente una piaga sociale che si accompagna all’altro triste fenomeno della corruzione diffusa, purtroppo, in vari livelli della vita pubblica. Pensare, adesso, di potere contrastare tali devastanti criticità con improbabili prospettive di miglioramento, sarebbe soltanto una pia illusione. Quindi, affidarsi allo spesometro, può anche funzionare per i beni mobili registrati se il reddito dichiarato non giustifica acquisti di beni ad alto valore economico, ma è altrettanto vero che tanti altri acquisti di beni costosissimi, sarebbero incontrollabili, perché tale strumento fiscale andrebbe a fare coincidere, con conseguenze facilmente prevedibili, il comune interesse del compratore e del venditore a rimanere nell’anonimato.

Riassumendo, l’Amministrazione Fiscale farà bene a rivedere i suoi piani ed a convincersi che è impossibile scoprire che, ad esempio, un rosticciere ha speso in un anno 10.000 Euro in abbigliamento, avendo dichiarato un reddito di pari importo. Di contro, se a quel soggetto viene fatto il conto della produzione, attraverso un controllo capillare, non interessa più sapere quante e quali sono state le spese da lui effettuate. Il punto è proprio questo. Cioè, se il Fisco vuole essere efficiente, deve avere il controllo del territorio e fare “sentire”, continuamente, la sua presenza. Ma è anche da rivedere la tracciabilità dei pagamenti, riducendo al lumicino la circolazione del denaro contante, specialmente in quei settori ritenuti a rischio. Le “terapie fiscali” errate o insufficienti, non curano le malattie gravi, anzi, inevitabilmente, le peggiorano.

Sarebbe auspicabile, peraltro, che strumenti come lo Spesometro, introdotti nel nostro sistema tributario anche nella speranza di una sua conseguente semplificazione, non provocassero, al contrario, specialmente ai danni del contribuente medio, ulteriori difficoltà non solo di comprensione, ma anche nella concreta applicazione di una normativa, quella tributaria, già di per sé alquanto vasta e complessa.

E pensare, come ha dichiarato il capo servizio di un Ufficio Iva, che i vecchi elenchi clienti e fornitori, (i primi “spesometri”), anni addietro, venivano accatastati, alla rinfusa, negli archivi ed abbandonati senza alcuna considerazione: è proprio il caso di dire: come cambiano i tempi!...

Giorgio Garufi
Tributarista

M. 3478243665
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