Il fenomeno ormai dilagante ha trovato una “nuova” chiave di letture dopo le esternazioni del presidente della Procura di Catania Carmelo Zuccaro, il quale dichiarò di seguire alcune piste che avrebbero riconosciuto illeciti da parte di ONG, le quali piuttosto che prestare aiuto ai migranti una volta giunti a destinazione o nei pressi delle coste italiane (come da accordo internazionale di Shange), si premurerebbero di prelevarli nelle fasi antecedenti al soccorso. In questo clima si inserisce la pronuncia dello scorso 20 luglio 2017 con la quale la Corte d’Assise di Catania, Sez. IV, ha assolto G.K e O.E, immigrati, dalle contestazioni e per le ragioni che seguono. Con fatto accertato il 20 marzo del 2016, due migranti venivano imputati del delitto (artt 110 c.p. e 12 commi 3 lett. A) b) 3 bis e 3 ter lett. B, d. lvo n. 286 del 1998 e successive modifiche) perché in concorso tra loro e con altri soggetti non identificati, ponendosi alla guida di un gommone di dimensioni inferiori a quelle necessarie per il trasporto di 133 persone, compivano atti diretti a procurare l’ingresso di cittadini stranieri nel territorio italiano, al fine di trarne indebito profitto, avendo i migranti corrisposto loro denaro come corrispettivo del viaggio.

Inoltre, la rubrica scriveva ai due il delitto di cui all’art 110 – 575 c.p. perché in concorso tra loro, durante la navigazione, cagionavano la morte di M.P., che veniva schiacciata dagli altri migranti a seguito di un brusco movimento della imbarcazione determinato dalle avverse condizioni del mare. La difesa composta dall'avvocato Francesco Trombetta e Daniela Viglioresi ha ritenuto sin dal primo momento l’insussistenza della responsabilità degli imputati per i capi loro ascritti, essendo pienamente convinta che O.E. e G.K. sarebbero stati costretti a guidare l’imbarcazione e che lo avrebbero fatto per evitare le conseguenze brutali di un loro rifiuto. Infatti, nel corso dell’esame sostenuto dalla difesa entrambi gli imputati dichiaravano di aver pagato come tutti gli altri migranti, di essere stati costretti alla navigazione nonostante le avverse condizioni del mare, e di essere stati scelti a caso per mettersi alla guida dell’imbarcazioni. I soldati libici puntavano loro le armi e li obbligavano a salpare, convincendoli del fatto che durante la traversate talune navi militari li avrebbero salvati. Nel corso dell’istruttoria dibattimentale il pubblico ministero ha derubricato l’omicidio volontario in morte o lesione come conseguenza di altro delitto ex art. 586 c.p. La difesa, a conclusione della discussione, chiedeva il riconoscimento della scriminante dello stato di necessità, come disciplinata dall’art. 54 c.p., stato nel quale i due imputati si sarebbero ritrovati per tutto il periodo precedente alla traversata e nell’imminenza dell’imbarco.

All’udienza del 20 luglio scorso la Corte d’Assise di Catania, Sez. IV, ha assolto G.K e O.E. dal reato loro in concorso ascritto al capo A perché il fatto non costituisce reato e quello di cui al capo B perché il fatto non sussiste.