Identità, simboli e amore per la propria terra: la ricetta grafica di Bob Liuzzo

di Francesco Ricca (foto di Francesca Santangelo)

Quando lo incontri comprendi subito lo spessore umano e il suo valore, impossibili da non percepire. Sembra quasi di chiacchierare con l’amico d’infanzia o con la persona che conosci da tanto tempo e che ti racconta sempre qualcosa di nuovo. Bob Liuzzo, graphic designer catanese, è fatto così, un «vulcano» di idee in continua eruzione. Raccontare di sé è la parte che gli piace meno. Si chiama Giuseppe ma tutti lo conoscono come Bob («A Catania se urli Giuseppe si girano tutti o quasi, ognuno ha un soprannome e io ho scelto Bob! Neanche mia madre mi chiama Giuseppe…»). Ripete sempre che vive a Milano ma è nato sulla East Coast, non americana, ma siciliana. A Catania, appunto, «la città affacciata sul mare e coccolata dal vulcano più grande d’Europa, l’Etna».

Liuzzo

Nell’immediatezza mi vien da chiedergli: come nasce Bob Liuzzo? Il personaggio, colui che ha narrato e narra la cultura etnea attraverso un simbolo, o meglio una bandiera. «Nasce così un po’ per caso o forse per volontà, ma la volontà è un errore in fondo. Sin da ragazzino ho avuto un approccio per il disegno, per tutto ciò che è visivo, sono stato sempre attratto dalla progettazione e da come le immagini trasformano le persone».

Bob Liuzzo ha studiato al liceo artistico di Catania, lo stesso istituto scolastico che oggi si chiama «Emilio Greco»; dopo un percorso accademico un po’ travagliato, con un primo anno allo IED – Istituto Europeo di Design di Roma, l’anno successivo è approdato alla School of Visual Arts (SVA) di New York, dove ha chiaramente cambiato aria e sviluppato nuove conoscenze. Tornando da New York, come dice lui stesso, «ho svernato a Milano, dove purtroppo o per fortuna sono rimasto lavorando per varie agenzie, sino a diventare un libero professionista ma anche docente e coordinatore dei corsi di laurea in graphic design all’Istituto Europeo di Design di Milano».

«Catania non è un luogo, è un punto nel cuore»

Non hai mai mollato il legame con Catania, vero? «No, in realtà è il contrario. È Catania che non ha mai mollato me! Ovunque vai, te la porti dietro, perché ti ha insegnato tanto». Per Bob Liuzzo il legame con la sua città è qualcosa che supera la geografia: «Catania non è un luogo sulle mappe, è un punto nel cuore». Una città fatta di contrasti, segnata da distruzioni e rinascite, dove la parola «resilienza» sembra quasi riduttiva. «Questo termine – dice – andrebbe sostituito con “Catania”. Perché qui si convive con un vulcano attivo, con il rischio alto, con la trasformazione continua. Ma si resta sempre». È proprio lontano da casa che nasce la consapevolezza più forte. «Come un pesce che non sa di essere nell’acqua finché non ne esce», racconta Liuzzo. Da qui l’esigenza di restituire qualcosa alla città, attraverso il proprio lavoro: il design.

La nascita di un simbolo riconoscibile

Si è formato anche grazie all’influenza di figure come Milton Glaser, autore del celebre «I Love NY», ecco perché Bob Liuzzo ha sviluppato una visione precisa: le città non si vendono, si raccontano. «Il branding turistico spesso prova a vendere luoghi perfetti. Ma le città non sono paragonabili a dei prodotti, sono storie, anche contraddittorie». Da questa riflessione nasce «Catania Project», oggi conosciuto come «We Catania»: un sistema visivo essenziale, composto da tre linee geometriche che rappresentano Etna, lava e mare, con uno spazio bianco proiettato verso il futuro. Non un semplice logo, ma un linguaggio: «Le persone progettano i simboli, ma poi i simboli progettano le persone», spiega. «L’obiettivo non era creare un segno che parlasse per i catanesi, ma uno strumento che permettesse a ciascuno di raccontare la propria storia». Quelle linee evocano un inizio universale: il cosiddetto «C’era una volta».

«Le città non si vendono: si raccontano attraverso simboli che diventano linguaggio condiviso»

Il design visto come responsabilità: per Bob Liuzzo non è decorazione, ma funzione sociale. «Deve trasformare una situazione esistente in una migliore. Da qui anche una riflessione sulla semplicità: un simbolo efficace non è quello che sembra infantile, ma quello che anche un bambino può comprendere e riprodurre. Un linguaggio accessibile a tutti, ma non banale».

Il Catania FC: identità ed evoluzione

Tra i progetti più complessi, certamente quello della realizzazione del nuovo logo del Catania FC. «È stato uno dei lavori più difficili della mia vita», ammette. «La vera sfida è stata separare il tifoso dal professionista, mantenendo continuità con il passato ma introducendo un sistema più solido e contemporaneo». Il nuovo stemma è definito «darwinista», perché si evolve. «L’elefante, simbolo storico, guarda indietro verso la tradizione. Il nero diventa elemento centrale: richiamo alla pietra lavica, ma è anche una scelta tecnica per garantire coerenza visiva. Il calcio oggi ha bisogno di sistemi, non solo di simboli».

Liuzzo

La si potrebbe definire un’altalena tra amore e cambiamento: il rapporto con la tifoseria resta centrale. «Non ho mai compreso la frase “Catania non si tocca”. Se ami qualcosa, invece, la migliori! Un concetto che si estende anche alla città, l’identità non è qualcosa da conservare immobile, ma da far evolvere».

L’aeroporto etneo e il senso di appartenenza

Da questa visione nasce anche l’installazione all’aeroporto di Catania. Una semplice scritta, «Catania», accompagnata da un cuore. «Arrivavi a Fontanarossa e nulla ti diceva dove eri. Serviva un segno! Non un messaggio turistico, ma identitario. Non un “benvenuti” o “bentornati”, bensì “ti riconosco”: questo è il senso che ho voluto dare alla nuova installazione dell’aeroporto, che riscalda e unisce sotto un’unica identità».

«Se ami qualcosa, non la lasci immobile: la migliori e la fai evolvere»

Sulla stessa scia anche i progetti a cui sta lavorando adesso, secondo il mood di bellezza collettiva. Tra i progetti più recenti c’è il «Muro del piatto» nel quartiere San Cristoforo: un’installazione composta da centinaia di piatti realizzati da persone diverse, bambini, artisti, semplici cittadini. L’idea è semplice: la bellezza non sta nel singolo elemento, ma nell’insieme. «Anche il brutto accanto al bello racconta chi siamo. Un intervento che si inserisce in un contesto complesso, con l’obiettivo di attivare riflessione e partecipazione. Perché l’aspetto sociale è centrale nelle opere che decido di realizzare, specialmente per la città e la popolazione etnea».

Una visione per il futuro

Bob Liuzzo rifiuta, in realtà, l’etichetta di artista. Il suo obiettivo è chiaro: costruire un linguaggio visivo condiviso per Catania, capace di rappresentare non solo il centro, ma l’intera area metropolitana. «Dobbiamo essere filosofi, antropologi, ingegneri del significato». E lancia una provocazione: «Perché non creare una vera immagine coordinata della città?».

Liuzzo e Ricca

La risposta, secondo lui, non è tecnica ma culturale. «Serve riconoscere il design non come ornamento, ma come infrastruttura». E siamo convinti che anche questa volta riuscirà a scardinare gli schemi. In bocca al lupo, Bob!

(Francesco Ricca)