Una voce fuori spartito, in memoria di Carmelo Causale: poeta, attivista e maestro

di Rocco Giudice

Ho conosciuto Carmelo Causale quando avevo quindici anni, eravamo quasi coetanei. Ora che non c’è più, è come se fosse morto allora e quell’età mi morisse adesso. Inesprimibile e tronco il tempo che ho davanti senza lo scudo, lo specchio di quell’amico: come se dovessi somigliare da solo a me stesso, privo di quel riflesso che ero, che eravamo, che siamo stati lungo il corso degli anni.  

Dignità fatta – nel suo caso è sempre stato così – di rigore analitico e morale e di uno studio nutrito di interesse genuino, non da erudito bulimico

Insieme nel sogno della Bellezza, della Politica e della Poesia già dal periodo della maturità, impegnati sul difficile fronte di tutto ciò che amavamo, ognuno per conto nostro e a modo proprio, e per cui abbiamo lavorato insieme:  progetti portati avanti con slancio e fatica, da soli. Ricorderò qui Colophon, rivista di Lettere e Arti, che oggi suona da etichetta un po’ bolsa: fuori tempo, fuori mafia, fuori festa, per dirla con Ripellino. Colophon: un luogo nella topografia del libro e insieme, città ideale, dalla Ionia della costiera microasiatica ellenizzata alla Sicilia greca, di cui rivendicare un qualche lascito o cui rendere omaggio, quasimodiano o meno.

Carmelo e io eravamo “chianaroti”, ragazzi del Calatino Sud-Simeto: definizione che trovavamo burocraticamente fantastica, mitologia di un luogo reale reso immaginario da una denominazione d’origine protettiva rispetto a suggestioni  metropolitane, evocativamente sapida di umori esotici, solo di una spanna, qualche randagio e furtivo parallelo appena al di sopra della tristezza grondante dai paradigmi della sicilitudine, a cui dedicammo un numero speciale, doppio, della rivista (7/8, 2002): Carmelo vi ingaggiò il suo agone su prospettive più ampie di quelle dichiarate, sia pure come sciasciana metafora, da Cavalcanti a Nietzsche passando per Bronte in una trilogia teatrale, portata sulle scene a Roma e Catania (e rivissuta per le strade di Bronte), che giostra a viso aperto con i canoni letterari e storiografici aviti.

La sua intelligenza lo metteva al sicuro da certe velleità: molte cose non dipendono da noi, ma invece di cullarsi in questa ovvietà o farne un assillo con cui convivere non potendo scontarlo in nessun caso, questo per Carmelo era un punto di partenza per una sola strada e un solo esito: quello che si può pretendere da se stessi  è conservare la dignità (e deve bastare non a compensare o risarcire o consolare di ogni occasione che ricordi i nostri limiti, ma a non farci barricare nel risentimento anche verso noi stessi e i nostri errori)

L’ironia della persona era un tratto inseparabile dalla serietà con cui Carmelo affrontava le cose. La sua intelligenza lo metteva al sicuro da certe velleità: molte cose non dipendono da noi, ma invece di cullarsi in questa ovvietà o farne un assillo con cui convivere non potendo scontarlo in nessun caso, questo per Carmelo era un punto di partenza per una sola strada e un solo esito: quello che si può pretendere da se stessi  è conservare la dignità (e deve bastare non a compensare o risarcire o consolare di ogni occasione che ricordi i nostri limiti, ma a non farci barricare nel risentimento anche verso noi stessi e i nostri errori).

A non dimenticarlo saranno gli amici che hanno collaborato con lui e quelli che hanno letto i suoi lavori e assistito ai suoi drammi teatrali, ricordandolo come una voce fuori tempo, fuori mafia, fuori festa, fuori spartito

Dignità fatta – nel suo caso è sempre stato così – di rigore analitico e morale e di uno studio nutrito di interesse genuino, non da erudito bulimico. Era questa consapevolezza di se stesso a produrre sugli altri un effetto-traino: non solo, come sarebbe ovvio, sugli amici a lui più prossimi come Giuseppe Carbone, Mauro Curcuruto, Fulvia Toscano (in  ordine alfabetico) ma anche su chi era agli antipodi dal suo modo di pensare, tanto quanto era distante lui dal suo passato politico nei tumultuosi anni ‘70, la notte della Repubblica e negli anni ‘80 del riflusso in cui si consumava la mutazione antropologica pasoliniana (mi fa orrore la vostra dimestichezza con la vita laddove la figura del poeta-regista potrebbe sovrapporsi al Nietzsche in Sicilia di Nascita e morte della tragedia di Carmelo; con un non estemporaneo richiamo a Improvvisamente l’estate scorsa, di Tennessee Williams) e l’omologazione/genocidio culturale aspettava di mutarsi (cosa mai vista prima nella Storia) in sui-genocidio con il declino demografico in corso. A non dimenticarlo saranno gli amici che hanno collaborato con lui e quelli che hanno letto i suoi lavori e assistito ai suoi drammi teatrali, ricordandolo come una voce fuori tempo, fuori mafia, fuori festa, fuori spartito.

Biografia

Si è spento a Catania, il 22 novembre scorso, Carmelo Causale, poeta e scrittore. Nato a Mirabella Imbaccari nel 1956, era stato tra i fondatori del gruppo letterario Vertex e successivamente, aveva partecipato alla fondazione dell’Officina Metapolitica Hetairia. Nel 1996 aveva dato vita, con altri, alla rivista di Lettere e Arti “Colophon”, pubblicata in numeri semestrali fino al 2002, rivista di cui era stato artefice e anima e cui aveva affiancato nel 1997 una piccola casa editrice, Res in Artibus, nella cui collana di poesia era uscita la sua unica silloge, “Corale effimera”. Fra le iniziative importanti promosse da Carmelo Causale e di cui la rivista era uno strumento attorno a cui suscitare un serio dibattito, il convegno “L’assemblaggio nella Tecnologia e nell’Arte”, con annessa mostra di opere di pittura, scultura e video-art, tenuto all’Istituto di Vulcanologia, area del Cnr di Catania nel 1999; “La similitudine come questione nazionale”, in una serie di incontri con la partecipazione di studiosi italiani e stranieri, nel 2000; la conferenza “Portopalo.it”, racconto teatrale sulle proiezioni e distorsioni mediatiche di una tragedia dell’immigrazione, il naufragio del Natale 1996, che vide la morte di 283 migranti. I suoi drammi, “Cavalcanti”,  sulla relazione pericolosa fra poesia e politica: “Nietzsche. Nascita e morte  della tragedia”, una fantasia sul filosofo del Superuomo a Taormina; “Quale libertà”, sui fatti di Bronte del 1860, sono stati rappresentati, rispettivamente, a Roma, a Catania e nelle strade della cittadina etnea in cui ebbe luogo un episodio emblematico dell’Impresa dei Mille. 

La poesia

Rue du Vieux Colombier

Ragazze fresche

di novembre (già pallide)

ocra e garanza

tenui d’ombre (bagnato sul bagnato)

per la via d’old swing

e folla grigio payne.

Forti radici 

attendono l’inverno stabile

– chiazze di cobalto

fredde stesure

e calde lavature

col cinabro dei santi.

Lontano marzo

e i gialli crudeli

i rossi arroganti

della carne aperta dei viventi

i verdi terribili degli umori

impazziti

nelle terre bruciate

agitati.

(da Corale effimera di Carmelo Causale – Ed. Res in Artibus, 1997)

Tre decenni nei mercati del Nord

Tre decenni nei mercati del Nord

m’hanno lavato la lingua.

Incerta svaria la forma,

la cornice gialla degli astri

sul viso come un velo

translucente nel regno delle cose vive,

quello che scorre

quello che splende

quello che appare mi spia

la sera minerale conciata

a suo vantaggio dalle luminarie.

Così mi s’inibisce il buon umore.

(da Dintorni del Caos di Carmelo Causale, Rivista Colophon 7/8)

Dopopranzo sull’erba

Ah! il vino. Uno schizzo di gocce

sul collo levigato. Che vorticare di piedi

nella coltre verde. La tovaglia asciuga

le tempie del ragazzo. La risposta

non è giunta, desto è il musico

col suo zufolo sul petto. Lui sa

che le figure a venire si tessono

di versi impalpabili orditi.

Dialettico un vento di ponente

sul pelo d’acqua dello stagno 

mostrerà l’unghiata zampa

del sogno. Nell’oro della sua mela

sgranata, la vela opaca del gelo,

l’eco strozzata tra i boschi.

(dal libro catalogo Il bosco d’amore. Omaggio a Renato Guttuso, Catania 2011)

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